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Ex Ilva, dopo la decisione dei giudici si apre la fase decisiva per Taranto

Stop all’area a caldo entro il 28 ottobre. Governo, istituzioni, associazioni e imprese chiedono ora risposte su occupazione, riconversione e futuro industriale della città

Redazione by Redazione
11 Settembre 2026
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‘Ambiente svenduto’, parte domani il processo d’appello ex Ilva
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La conferma dello stop all’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre apre una nuova fase nella vertenza siderurgica. La Corte d’Appello di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva avanzata da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, ribadendo nelle motivazioni la prevalenza della tutela della salute rispetto agli interessi economici legati alla continuità produttiva.

“Il bilanciamento tra i contrapposti interessi non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute per le quali è stata disposta, con il Decreto in questione, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo: invero, come desumibile da ripetute recenti pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione”, si legge nel provvedimento. Nel conflitto “tra il diritto all’esercizio dell’attività d’impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”.

La Corte richiama anche “la recente modifica dell’articolo 41 comma 2 della Costituzione, secondo cui l’iniziativa economica privata non può svolgersi ‘in modo da recare danno alla salute o all’ambiente'”.

I giudici affrontano inoltre il tema delle risorse pubbliche già impiegate nello stabilimento. “Non pare che lo spegnimento degli impianti possa determinare la ‘dispersione’ delle ‘ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni’ sullo stabilimento Ilva di Taranto, posto che, come ricordato dalle stesse ricorrenti, trattasi di risorse che sono già state ripetutamente investite per garantire, di volta in volta, il mantenimento in funzione degli impianti”.

Secondo la Corte, è “pacifico che l’impianto siderurgico di Taranto richiede investimenti ingentissimi” e anche in futuro “occorreranno investimenti ingenti per il polo siderurgico in questione che sono connessi all’impianto in sé, e che tutti gli eventuali acquirenti anche internazionali ne sono già pienamente consapevoli”.

Quanto all’ipotesi che lo spegnimento possa compromettere il percorso di decarbonizzazione, i giudici osservano che si tratta di “un’allegazione che, priva dei necessari chiarimenti, non pare, allo stato, di agevole comprensione”.

La decisione ha immediatamente provocato una serie di reazioni a Taranto. I Genitori Tarantini, tra i protagonisti dell’azione giudiziaria avviata insieme a un gruppo di cittadini, hanno affidato ai social il loro commento: “I bambini di Taranto hanno vinto”.

“Le prossime generazioni, i bambini che nasceranno, potranno giocare nei cortili, potranno giocare nei giardini pubblici – afferma ‘Genitori Tarantini’ – Una cosa come tutti i bambini del mondo. Abbiamo vinto qualcosa di normale ma per questa cosa normale abbiamo dovuto combattere ma non è finita. Non è finita. Comunque i bambini di Taranto hanno vinto”.

Sullo stesso fronte Luciano Manna, di VeraLeaks, sottolinea che “la Corte d’Appello di Milano conferma: l’area a caldo della fabbrica va spenta entro il 28 ottobre ma probabilmente i gestori conoscevano già l’epilogo. Infatti proprio oggi al quarto sporgente del porto di Taranto la nave Dinamik sta scaricando bramme provenienti dal porto di Costanza dove arrivano i semilavorati prodotti dalle acciaierie del gruppo Metinvest”.

Le bramme possono essere lavorate nell’area a freddo del siderurgico, non interessata dal divieto giudiziario. “È questo l’epilogo della fabbrica dopo 20 anni di lotta civica sul territorio – dice Manna – Il disastro sociale, che già viviamo da anni, è responsabilità del Governo e dei privati che hanno condotto gli impianti continuando a inquinare sino a oggi. VeraLeaks sta elaborando un dossier con i dati documentali riferiti all’impatto ambientale degli impianti nel 2025. La denuncia non si ferma qui”.

Sul piano istituzionale, il sindaco di Taranto Piero Bitetti ha chiesto che il tavolo interministeriale sollecitato a Palazzo Chigi venga convocato in tempi rapidi.

“Rispettiamo la decisione dei giudici della Corte d’Appello di Milano, decisione che non ci sorprende. Abbiamo avuto modo di dire a Roma, al Governo, cose chiare: il futuro della città va tutelato con misure che preservino economia e sviluppo, i lavoratori vanno tutelati con misure di compensazione affinché non si perda un solo posto. E l’accelerazione imposta da questo provvedimento ne rende ancora più urgente la loro attuazione”.

Bitetti indica nel 16 settembre una data decisiva: “Il 16 settembre sarà il punto di non ritorno per lo spegnimento degli impianti, il tavolo interministeriale che abbiamo chiesto a Palazzo Chigi dovrà insediarsi in tempi utili e dare risposte”.

Anche il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano, chiede un confronto immediato sul futuro industriale e occupazionale del territorio.

“La decisione della Magistratura di confermare lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva, impone a tutte le istituzioni un’assunzione di responsabilità e un confronto immediato sul futuro industriale e occupazionale di Taranto”.

Per Palmisano occorre dare seguito alla proposta di un tavolo permanente interministeriale che coinvolga Governo, Regione, enti locali, sindacati e parti sociali, mentre il Piano Taranto dovrebbe diventare “uno strumento concreto di programmazione e di rilancio, capace di accompagnare la necessaria transizione ambientale garantendo al tempo stesso lavoro, sviluppo e nuove opportunità”.

Da parte del Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la riconvocazione del tavolo già aperto sull’ex Ilva.

Sulla situazione dello stabilimento “lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi. Però sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio, c’era un tavolo già aperto che verrà riconvocato, presumo, immediatamente per andare avanti a capire. È uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore”.

Sul fronte politico, Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce nazionale di Europa Verde, parla di fallimento delle politiche condotte negli ultimi quattordici anni.

“La decisione che conferma il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva, affermando la prevalenza del diritto alla salute, certifica il fallimento di un’intera classe politica che ora, prevedibilmente, proverà a dare la colpa alla magistratura. Ma i giudici hanno fatto solo il loro dovere: applicare le leggi e tutelare il diritto alla salute di una popolazione che da decenni paga un prezzo altissimo”.

Per Bonelli “Taranto ha diritto alla salute, al lavoro e a un futuro industriale diverso. Dopo 14 anni di decreti e rinvii, non ci sono più alibi”.

Posizione simile quella del consigliere capitolino di AVS Nando Bonessio: “Per la prima volta, la tutela della salute dei cittadini prevale su ogni altra considerazione. La decisione dei giudici segna una svolta storica e afferma con forza il primato dell’interesse pubblico sulla continuità produttiva”.

Anche il Codacons accoglie positivamente la decisione, sostenendo che le motivazioni siano “esattamente in linea con le censure mosse dai cittadini di Taranto e dal Codacons”. Secondo l’associazione, “il diritto alla salute e alla vita delle persone non può che prevalere sugli interessi economici”.

Sul futuro industriale interviene infine Confapi Taranto. “Rispettiamo e prendiamo atto della decisione dei giudici”, afferma il presidente Fabio Greco. Per l’associazione, a questo punto la strada dovrebbe passare attraverso “installazione dei forni elettrici e avvio delle bonifiche”.

“Paradossalmente, con questo provvedimento – dice Confapi – la situazione diventa finalmente chiara perché adesso si mette un punto e si deve cominciare a parlare di futuro della città senza perdere altro tempo”.

La decisione della Corte sposta dunque il confronto dal piano giudiziario a quello politico e industriale. Con la scadenza del 28 ottobre ormai confermata, per Taranto si apre una fase in cui istituzioni, Governo, imprese e parti sociali saranno chiamati a misurarsi contemporaneamente con lo spegnimento dell’area a caldo, la tutela dei lavoratori e la definizione di un nuovo assetto produttivo per il territorio.

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