Cinquecentoventitré lavoratori dichiarati non allocabili, per i quali si apre il percorso verso le procedure di licenziamento collettivo, e circa 1.100 dipendenti che nel corso del 2026 potrebbero essere interessati, per il 50%, dalla richiesta di cassa integrazione. È il quadro tracciato da Confapi Taranto per le 52 aziende associate nelle sezioni Unionmeccanica e Trasporti, che complessivamente occupano 2.653 lavoratori.
Numeri con i quali il presidente Fabio Greco torna a lanciare l’allarme sulle conseguenze della vertenza ex Ilva per l’indotto e chiede interventi immediati.
“CONFAPI Taranto nella Sezione Unionmeccanica e Trasporti -precisa il presidente Greco- ha iscritte 52 aziende con 2653 unità lavorative di cui 523 sono state dichiarate non allocabili e quindi in accordo con i sindacati ci sarà un incontro per definire le procedure di licenziamento collettivo. Nell’arco del 2026 per il 50% di 1100 dipendenti circa sarà avanzata richiesta di attivare la cassa integrazione. Dunque con un incremento totale di circa 1700 unità lavorative fra licenziamenti e cassa. Questo solo per quanto attesta il comparto metalmeccanico e trasporti di CONFAPI Taranto. E, si badi bene, si tratta di numeri e dati che aumenterebbero su base nazionale.”
Per Confapi, le aziende attendono ancora indicazioni sulle attività correnti e future, mentre diventa necessario affrontare anche il ricorso agli ammortizzatori sociali. Greco respinge inoltre l’ipotesi che le responsabilità della situazione possano essere ricondotte alle imprese dell’indotto.
“Troppe chiacchiere stanno caratterizzando la vertenza dell’ex ILVA, di contro ci sono pochi fatti, soprattutto in merito alla trattativa per la vendita di un asset che dovrebbe essere fondamentale per lo Stato. Qualcuno lamenta la scarsa visione degli imprenditori, ma oggi non si può dare addosso a questi ultimi che per tanto tempo hanno dovuto subire decisioni prese in altre stanze e lontano da Taranto.”
Il passaggio sul quale Confapi concentra ora l’attenzione riguarda il futuro dell’area a caldo. L’associazione auspica che i giudici di Milano prendano in considerazione una sospensiva capace di incidere sugli effetti del decreto della Corte d’Appello dello scorso luglio, evitando la chiusura immediata. Parallelamente, la proposta avanzata è quella di procedere a Taranto con la realizzazione dei forni elettrici.
“Siamo alla vigilia di una giornata in cui almeno a livello giudiziario si avranno delle prime risposte. Noi rispetteremo qualunque provvedimento della magistratura, ma auspichiamo che dai giudici di Milano venga presa in considerazione la possibilità di concedere una sospensiva che, andando ad incidere sugli effetti del decreto della Corte d’Appello dello scorso luglio, scongiuri la chiusura immediata dell’area a caldo ed indichi un perimetro entro il quale occorrerà muoversi. Quale? A Taranto si dovrebbe subito procedere con la realizzazione dei forni elettrici perché solo così si potrà pensare di attenuare questa “bomba sociale” la cui deflagrazione è stata annunciata da tempo. Se gli effetti del decreto di sospensione dell’attività dell’area a caldo dovessero essere bloccati, si potrebbe formulare una più efficace analisi della situazione consentendo una pianificazione dell’installazione dei forni elettrici salvaguardando salute, innovazione e sviluppo occupazionale. In caso contrario, i licenziamenti ed il ricorso alla cassa integrazione diventano inevitabili.”
Greco sostiene che, dopo anni di vertenza, manchi ancora un progetto ritenuto adeguato per il futuro dello stabilimento e dell’intero sistema industriale che ruota attorno all’ex Ilva. Il presidente di Confapi chiama direttamente in causa anche il Governo, chiedendo una scelta sulla direzione da seguire.
“Oggi si è arrivati al limite. Quando ci ha convocati a Roma, il ministro ha fatto intendere che da parte nostra non c’è mai stata quella collaborazione che veniva auspicata, ma questo non risponde al vero: noi ci siamo sempre stati. Semmai è il Governo che deve fare i suoi passi e mantenere le promesse. A Taranto serve produrre con forni elettrici. Alternative non sembrano essercene. Oppure, qualora si dovesse procedere alla chiusura dello stabilimento, il Governo dica come gestirà la bonifica della fabbrica. E detti la linea. Che ad oggi non sembra esser stata nemmeno ipotizzata.”
Nel ragionamento dell’associazione entra infine anche l’ipotesi di una Taranto meno dipendente dall’industria pesante. Confapi ha presentato al Ministero un dossier con proposte per lo sviluppo del territorio, indicando tra i settori sui quali intervenire la cantieristica navale e il rilancio del porto.
“Sappiamo che la possibilità di veder chiudere lo stabilimento è estremamente concreta. Ed è per questo che un ultimo cenno va fatto ai progetti per Taranto che sono stati presentati al Ministero lo scorso mese. CONFAPI, dal canto suo, ha consegnato alle Istituzioni e alle parti sociali un dossier in cui vengono illustrate proposte per lo sviluppo del territorio non focalizzandosi solo sull’industria pesante. Si tratta di un lavoro meticoloso ed articolato che punta a costruire per Taranto un futuro diverso e migliore di quello attuale. Ma questi progetti non devono rimanere sulla carta: serve che vengano presi in considerazione per poi far partire quelli che sono operativi a strettissimo giro. Come, ad esempio, quelli legati alla cantieristica navale e al rilancio del porto. Taranto ha tante potenzialità, ma è necessario che non si continui a limitarle.”
Scopri di più da Tarantini Time Quotidiano
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.










