Forse il nome che aveva scelto per la sua comunità racconta don Luigi Larizza meglio di molte biografie: Il Risorto. Perché la sua missione non era semplicemente aiutare chi era caduto, ma provare a convincerlo che dentro di sé esisteva ancora qualcosa da salvare, una capacità da riscoprire, una vita da ricostruire.
È morto don Luigi Larizza, sacerdote fuori dagli schemi, uomo dal carattere deciso e spesso controcorrente, che ha dedicato gran parte della propria esistenza agli altri e soprattutto a chi rischiava di rimanere indietro.
Tra le esperienze alle quali legò più profondamente il proprio ministero ci fu proprio la fondazione della comunità terapeutica Il Risorto, nata per il recupero delle persone con tossicodipendenza. Non volle farne soltanto un luogo nel quale liberarsi dalla dipendenza, ma uno spazio nel quale ricominciare a riconoscere se stessi.
L’idea alla base del percorso era recuperare quelle potenzialità che ogni persona possiede, ma che la dipendenza può soffocare dentro una continua ricerca di evasione e di piacere immediato. Il lavoro della comunità puntava quindi a ritrovare motivazioni, risvegliare capacità creative e accompagnare ciascuno verso la costruzione di un nuovo progetto di vita.
Ecco perché “Il Risorto”.
Per don Larizza recuperare una persona significava aiutarla a rialzarsi, restituirle la possibilità di immaginare un domani quando quel domani sembrava non esserci più. Una missione che continuò anche dopo il pensionamento, perché per lui lasciare una parrocchia non significava certo smettere di occuparsi di chi aveva bisogno.
La sua vocazione, del resto, era arrivata prestissimo. Aveva sette anni quando comunicò al padre la volontà di diventare sacerdote. Fu affidato a don Nunzio Mannara, parroco di Santa Teresa, e iniziò il percorso di formazione tra il seminario minore di Martina Franca, quello di Taranto e gli studi teologici a Mondovì, in provincia di Cuneo.
Il ministero sacerdotale cominciò alla Gran Madre di Dio. Successivamente mons. Mottolese lo destinò a Paolo VI, al Corpus Domini. La chiesa, allora, era ospitata in un locale precedentemente utilizzato come torrefazione. Con quella caparbietà che sarebbe diventata uno dei suoi tratti distintivi contribuì a costruire la parrocchia e, nel tempo, anche un rapporto forte con gli abitanti del quartiere.
Poi vennero le esperienze fuori dall’Italia. In Russia e Ucraina si occupò anche di bambini orfani, favorendone l’arrivo in Italia e l’accoglienza presso famiglie cristiane. Dalla Chiesa cattolica di rito greco ricevette il titolo di Archimandrita. In Albania, insieme ad alcuni volontari, contribuì invece alla costruzione di un pozzo artesiano per portare acqua potabile in un villaggio che ne era privo.
Fu anche vice preside della scuola media Ungaretti. Dopo 27 anni arrivò la nomina a parroco del Sacro Cuore di Gesù, dove si occupò anche del recupero e del miglioramento degli spazi della parrocchia, dal teatro al campanile. Dopo circa nove anni fu destinato a Martina Franca, alla chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù, ultima destinazione da parroco.
Ma don Luigi Larizza era anche il sacerdote delle posizioni nette. Anni fa fece discutere la sua vicinanza ideale ad alcune posizioni di Matteo Salvini sull’immigrazione. Per lui il principio del “prima gli italiani” non era incompatibile con la propria fede: lo spiegava attraverso l’immagine del buon padre di famiglia chiamato a preoccuparsi prima dei propri figli e poi di chi arriva, senza che questo significasse negare carità o aiuto a nessuno.
Fu altrettanto esplicito nella difesa delle Forze dell’Ordine, al fianco delle quali scelse di schierarsi pubblicamente.
Era anche questo don Larizza: un sacerdote non semplice da incasellare, capace di dividere sulle proprie idee ma molto meno sulla concretezza del suo impegno. Dalle parrocchie alle missioni, dalla scuola alle persone con tossicodipendenza, scelse di stare dove riteneva ci fosse qualcuno da aiutare.
E alla fine resta proprio quel nome, Il Risorto, a raccontare una parte essenziale della sua vita. Perché don Luigi Larizza ha trascorso anni cercando di mostrare a chi pensava di aver perso tutto che poteva esistere ancora un progetto, una possibilità, un nuovo inizio.
Che, in qualche modo, si poteva risorgere.
ONORIFICENZE:
Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
Decorato con la Croce di bronzo dei Cosacchi dalla Comunità Generale Cosacca dell’Ucraina
Decorato con la Croce pettorale d’oro, con diritto di portarla, consegnata dal Vescovo dell’Esarcato
di Donetsk e Kharkov mons. Stepan Meniok
Attestato di gratitudine dell’Arcivescovo maggiore di Kiev, S.E.R. Sviatoslav, rappresentante del S.
Padre in Ucraina.
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