Ci sono storie che terminano con l’ultima pagina e altre che sembrano continuare ad abitare i luoghi nei quali sono nate. “Angelica e la Nona Madre” di Rosanna Cassano appartiene alla seconda categoria. Perché il castello di Pulsano non è soltanto lo scenario nel quale si intrecciano le vicende dei protagonisti, ma diventa una sorta di custode silenzioso di amori, colpe, sofferenze, segreti e vite trascorse. E sopra tutto resta Angelica, presenza sospesa tra ciò che è stato e ciò che continua a essere ricordato.
Il romanzo costruisce il proprio fascino sulla contaminazione tra mistero e quotidianità. Da una parte ci sono un bambino sepolto, una maternità da ricostruire, il cunicolo del castello, Iberto e la setta degli Oscuri; dall’altra scorrono le esistenze apparentemente semplici di uomini e donne alle prese con il lavoro, la famiglia, il denaro che manca, i figli da crescere, i matrimoni, le partenze e i ritorni. Due dimensioni che Rosanna Cassano fa procedere insieme fino a renderle inseparabili.
Il vero cuore del libro, però, sono le persone.
Ave, Teresa, Giulia, Eugenia, Felice, Gaetano, Vito, Nerina, Leonardo e gli altri personaggi compongono un mosaico nel quale nessuna esistenza appare completamente isolata dalle altre. Una decisione presa da qualcuno produce conseguenze nella vita di qualcun altro; un segreto attraversa gli anni; un dolore apparentemente individuale finisce per appartenere a un’intera famiglia.
Ed è soprattutto l’universo femminile a imprimere forza alla narrazione.
Le donne di “Angelica e la Nona Madre” conoscono il sacrificio, l’attesa e spesso la rinuncia. Ma non sono figure immobili. Lavorano, sostengono le famiglie, affrontano le conseguenze delle scelte degli uomini e, quando necessario, scelgono di cambiare il proprio destino. Attraverso di loro emerge uno dei temi più intensi del romanzo: la maternità. Quella vissuta, desiderata, sofferta, negata e perfino quella che continua a esistere oltre la morte.
La “Nona Madre” evocata dal titolo diventa allora qualcosa di più di un elemento dell’enigma. La ricerca della madre del bambino ritrovato conduce inevitabilmente verso una riflessione più ampia sul legame tra una donna e un figlio e su quanto una maternità interrotta possa continuare a vivere nella memoria.
Accanto al mistero c’è poi un’altra protagonista: la vita di paese.
Cassano la restituisce attraverso dettagli semplici. Il pane, il caffè, i campi, le case, i vicini, le chiacchiere, le feste, le processioni, le preghiere. Il lettore assiste anche al lento cambiamento delle abitudini: arrivano la radio, la televisione, nuovi modi di vivere e perfino nuovi modelli sociali. Il mondo corre in avanti, ma qualcosa continua ostinatamente a rimanere ancorato alla terra e alle relazioni umane.
In questo scenario trova spazio anche la religiosità, raccontata insieme alle superstizioni e alle credenze popolari. Sacro e misterioso convivono senza necessariamente escludersi. Ci sono persone che pregano, altre che cercano spiegazioni, altre ancora che attribuiscono agli avvenimenti significati che sfuggono alla razionalità. È il ritratto di una comunità nella quale fede e tradizione appartengono alla quotidianità quanto il lavoro nei campi o una tavola apparecchiata.
Ma nelle pagine più dure il romanzo non evita la violenza.
Le vicende di Nerina e Leonardo portano il lettore dentro una relazione nella quale l’amore viene progressivamente deformato dal possesso. Leonardo è descritto come un uomo dagli istinti violenti, incapace di trattenere la rabbia e la gelosia; Nerina vive invece una sofferenza profonda, fino a quando trova la forza di sottrarsi a quella condizione. È uno dei passaggi nei quali la storia abbandona qualsiasi dimensione nostalgica e mostra quanto il passato potesse essere duro soprattutto per chi disponeva di pochi strumenti economici e sociali per difendersi.
Eppure il dolore non è mai l’unica possibilità.
Nel romanzo esistono seconde occasioni, ritorni, riconciliazioni e nuovi inizi. Felice ricostruisce la propria esistenza, Eugenia torna ad avvicinarsi a lui, Vito e Giulia trovano una strada comune. Le ferite rimangono, ma non necessariamente impediscono di vivere.
Angelica osserva.
È probabilmente questo il tratto più suggestivo della costruzione narrativa. Essendo già fuori dal tempo degli uomini, può attraversarne le esistenze con uno sguardo diverso. Vede nascere bambini, formarsi famiglie, consumarsi tragedie e trascorrere gli anni. Le generazioni cambiano mentre lei rimane.
Ed è proprio il tempo uno dei grandi protagonisti silenziosi del libro.
I bambini diventano adulti, gli adulti invecchiano, le case cambiano, le abitudini si trasformano. Arrivano nuovi mezzi di comunicazione, nuove possibilità e nuove aspirazioni. E mentre gli uomini inevitabilmente passano, il territorio conserva tracce del loro attraversamento.
Per questo l’epilogo assume un significato particolare.
La piazza assolata, il castello, le case e le chiese diventano l’ultimo grande scenario della memoria. Angelica ripercorre idealmente le persone incontrate e le storie vissute. Il mistero ha trovato la propria conclusione: il cunicolo viene murato, Iberto e gli Oscuri restano intrappolati e il padre di Serafina torna dalla propria famiglia. Ma la conclusione non coincide con una cancellazione.
Rimane ciò che quelle vite hanno lasciato.
Ed è forse questa la parte più riuscita di “Angelica e la Nona Madre”: dietro una trama costruita intorno a fantasmi, misteri e segreti, Rosanna Cassano finisce per raccontare qualcosa di estremamente concreto. Racconta il bisogno degli esseri umani di lasciare una traccia.
Il suo Sud non è una cartolina. È fatto di bellezza e miseria, solidarietà e pregiudizio, amore e violenza, fede e superstizione. È soprattutto un luogo nel quale le storie personali diventano patrimonio degli altri, passando di bocca in bocca e di generazione in generazione.
E allora Angelica può essere letta anche così: non soltanto come il fantasma del castello, ma come la personificazione stessa della memoria.
Gli uomini arrivano e se ne vanno. Le generazioni si succedono. I bambini diventano adulti e gli adulti diventano ricordi. Lei rimane a osservare.
E quando nell’ultima pagina il suono del carillon accompagna ancora una volta la ballerina con il tutù bianco, si comprende che alcune storie possono concludersi senza finire davvero.
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