Il decreto della Corte d’Appello di Milano che dispone la sospensione dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni continua ad alimentare il confronto sul futuro del polo siderurgico di Taranto. Dopo le prime reazioni istituzionali, arriva la presa di posizione dell’Associazione dell’Indotto di Taranto (Aigi), che contesta le basi tecniche del provvedimento e sollecita un nuovo esame della vicenda.
Per l’associazione, la decisione sarebbe stata assunta partendo da presupposti che non rispecchiano l’attuale operatività dello stabilimento. Tra i punti maggiormente contestati c’è la questione dell’amianto presente nei cowper, i rigeneratori termici degli altiforni. Aigi sostiene che, prima di imporne la rimozione integrale, sarebbe necessario dimostrare attraverso monitoraggi e rilevazioni l’effettiva presenza di fibre disperse nell’ambiente, distinguendo tra un materiale confinato all’interno degli impianti e un rischio concreto per la salute pubblica.
Le perplessità riguardano anche i parametri utilizzati per valutare le emissioni. L’associazione evidenzia come il decreto prenda a riferimento la capacità produttiva massima autorizzata di sei milioni di tonnellate annue, mentre l’impianto starebbe producendo quantitativi sensibilmente inferiori, con un solo altoforno in funzione. Secondo Aigi, utilizzare uno scenario teorico anziché quello reale rischia di restituire una fotografia non corrispondente alle condizioni attuali del sito.
Alla luce di queste considerazioni, l’associazione invita l’amministrazione straordinaria ad attivare ogni iniziativa consentita dall’ordinamento per ottenere un riesame del provvedimento e chiede al Governo di aggiornare l’Autorizzazione integrata ambientale sulla base dei livelli produttivi effettivi, introducendo controlli costanti, monitoraggi indipendenti e la pubblicazione periodica dei dati ambientali.
La riflessione si sposta poi sugli effetti che un eventuale stop dell’area a caldo potrebbe avere sul sistema produttivo. Secondo Aigi, la prospettiva di mantenere attiva soltanto l’area a freddo comporterebbe il ridimensionamento del ruolo strategico dello stabilimento, con inevitabili conseguenze sull’occupazione, sull’indotto e sulla competitività dell’industria nazionale.
L’associazione richiama infine l’attenzione sui costi economici che deriverebbero dalla dismissione dell’area a caldo, osservando che, oltre agli interventi di bonifica e messa in sicurezza, sarebbe necessario valutare anche l’impatto occupazionale e quello legato alla maggiore dipendenza dalle importazioni di acciaio.
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