Le elezioni amministrative di Montemesola hanno consegnato una vittoria netta a Vito Antonio Punzi, capace di portare la lista “Insieme” a 1357 voti, contro i 1022 ottenuti sei anni fa dall’area oggi al governo del paese. Un incremento importante, che da solo basterebbe a spiegare la forza della continuità amministrativa.
Ma il dato politicamente più interessante, forse, è dentro la sconfitta della lista “Oltre”.
La coalizione guidata da Donato Alba nasceva come un’operazione ampia, costruita mettendo insieme anime storicamente diverse: comunisti, Partito Democratico, ex democristiani e area moderata. Un laboratorio politico che sulla carta avrebbe dovuto ampliare il consenso e rendere competitiva la sfida contro Punzi.
Eppure, guardando le preferenze, emerge un quadro molto preciso: dentro “Oltre” c’è stata una parte politica che ha lavorato come un corpo unico e un’altra che, invece, è apparsa frammentata.
La componente comunista e progressista, ancora una volta, ha mostrato una qualità politica che nel tempo le viene unanimemente riconosciuta: la capacità di essere compatta, organizzata e fedele ai propri candidati.
I numeri sembrano delineare un quadro molto chiaro.
Maurizio Romanazzo è stato il consigliere più votato della lista con 123 preferenze. Subito dietro Domenico Caroli con 103, Daniele Fornato con 100 e Antonio Coro con 100. Tutti comunisti, il quarto progressista. Un risultato quasi “militante” nella sua precisione. Una distribuzione delle preferenze che racconta disciplina elettorale, senso di appartenenza e capacità di fare squadra.
Ed è qui che emerge la vera forza della sinistra locale: non soltanto la presenza politica, ma la tenuta del gruppo. Ancora una volta, l’area comunista ha dimostrato di sapere sostenere i propri candidaiti fino all’ultimo voto, senza dispersioni evidenti.
Un comportamento politico che, piaccia o meno, merita di essere riconosciuto.
A rafforzare questa lettura c’è anche un altro dato estremamente significativo: la lista “Oltre” ha raccolto 154 voti senza alcuna preferenza ai candidati consiglieri. Un numero persino superiore alle 123 preferenze ottenute dal candidato più suffragato della coalizione. Un elemento che politicamente racconta molto, perché evidenzia come una parte consistente dell’elettorato abbia creduto nel progetto generale della lista senza però riconoscersi pienamente nei singoli candidati.
Discorso diverso per “Insieme”, che ha registrato 134 voti soltanto di lista, quindi meno rispetto alle preferenze ottenute dal consigliere più votato della maggioranza, capace di raggiungere quota 271. Un dato che restituisce l’immagine di una squadra fortemente radicata anche sul piano personale e territoriale.
Ed è proprio qui che si apre il tema del mondo moderato confluito dentro “Oltre”.
Sei anni fa, infatti, la lista “Uniti”, guidata dal candidato sindaco Franco Marangi e riconducibile all’area ex democristiana e moderata, raccolse 435 voti conquistando un seggio di opposizione con Carmela Testa, che allora ottenne 64 preferenze personali.
In questa tornata elettorale, quella stessa area politica ha scelto di convergere dentro “Oltre”, sostenendo Donato Alba insieme alla sinistra storica e all’area progressista. Carmela Testa si è ricandidata ed è cresciuta fino a 91 preferenze. Un risultato personale certamente positivo, ma che appare inferiore alle aspettative se rapportato all’operazione politica costruita attorno alla coalizione.
E soprattutto, osservando il quadro complessivo, emerge una differenza evidente rispetto alla compattezza mostrata dalla componente comunista.
Se infatti si prendono i circa 883 voti storicamente riconducibili all’area comunista e di sinistra di sei anni fa e si sommano ai 91 voti ottenuti da Carmela Testa e ai 62 raccolti da un’altra candidata vicina all’area moderata, si arriva praticamente quasi al risultato finale di “Oltre”. Questo ovviamente escludendo le circa 55 preferenze di un altro candidato, che 6 anni fa era candidato nella lista “Uniti”, ma senza una militanza storica.
Un dato che politicamente pesa.
Perché suggerisce con forza che il blocco della sinistra sia rimasto sostanzialmente fedele, compatto e organizzato, mentre il contributo moderato, sempre secondo una libera interpretazione politica dei numeri, non abbia inciso nella misura immaginata alla vigilia.
Ed è difficile non cogliere, anche in controluce, una minore compattezza politica attorno all’area moderata.
Mentre i candidati dell’area comunista viaggiavano quasi tutti attorno o sopra quota cento preferenze, il fronte moderato è apparso molto meno coeso. La sensazione restituita dalle urne, e che naturalmente appartiene all’analisi politica dei numeri, è che quella parte politica non abbia mostrato la stessa compattezza registrata nell’area comunista.
Non una bocciatura personale, dunque. Semmai il contrario.
Perché il risultato di Carmela Testa sembra quasi raccontare una candidatura sostenuta più dalla propria riconoscibilità personale che da una reale mobilitazione collettiva dell’area moderata.
E alla fine, la differenza l’ha fatta probabilmente anche questo.
Da una parte una sinistra storicamente disciplinata, capace ancora oggi di muoversi come un blocco unico; dall’altra un’area moderata che, pur entrando nella coalizione, non ha trasferito con la stessa forza voti, struttura e sostegno interno.
Il resto lo racconta il dato finale di Punzi.
Perché se “Insieme” cresce di oltre trecento voti rispetto a sei anni fa, diventa quasi inevitabile pensare che una parte dell’elettorato moderato abbia preferito la continuità amministrativa all’esperimento politico di “Oltre”. Così come è plausibile che qualche elettore di sinistra (ma pochissimi rispetto all’area moderata) poco convinto dagli equilibri interni della coalizione, abbia scelto l’astensione o perfino il voto a Punzi.
Ma una cosa, numeri alla mano, appare difficile da contestare: a Montemesola la componente comunista ha dimostrato ancora una volta una straordinaria capacità di restare unita, compatta e fedele ai propri candidati. Ed è probabilmente questa la lezione politica più forte uscita dalle urne.
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