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Il diritto di critica non è un problema deontologico

L’informazione può essere criticata, non silenziata moralmente. E confondere un editoriale con la cronaca significa non comprendere il ruolo stesso del giornalismo

Elena Ricci by Elena Ricci
10 Maggio 2026
Reading Time: 4 mins read
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Il diritto di critica non è un problema deontologico

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Il diritto di critica, evidentemente, è una virtù democratica soltanto quando colpisce gli avversari. Poi accade qualcosa di curioso: basta un editoriale sgradito, una posizione netta o una riflessione non allineata perché improvvisamente il problema non siano più le parole pronunciate in un comizio, ma chi quelle parole ha deciso di commentarle pubblicamente.

Ed è esattamente ciò che è accaduto negli ultimi giorni.

Nel corso dell’ultimo comizio della lista “Oltre”, la candidata Rosita Fornaro ha affrontato temi che, per molti aspetti, mi trovano pienamente d’accordo. Ha parlato delle condizioni fatiscenti della scuola media, del servizio mensa della primaria – così discutibile da aver spinto anche me, come madre, a esonerare mia figlia – e della mancanza di giochi bes nei parchi cittadini. Questioni vere, concrete, che meritano attenzione e risposte serie.

La parte finale del suo intervento, però, ha preso una piega diversa. Non più politica, ma personale e professionale. Perché contestare un’opinione è legittimo. Tentare invece di spiegare a un giornalista quale dovrebbe essere il ruolo dell’informazione, richiamando genericamente il codice deontologico, è un esercizio un po’ più complesso. Soprattutto quando si dimostra di confondere un editoriale con un articolo di cronaca.

Ed è qui che si rende necessaria una precisazione, non per difendere me stessa, ma per rispetto dei lettori e del lavoro giornalistico.

Un editoriale non è cronaca. Non nasce per essere neutro, notarile o privo di posizione. È, per definizione, uno spazio di interpretazione, critica e opinione. È il luogo in cui un direttore esercita il diritto – e talvolta il dovere – di esprimere una valutazione su fatti pubblici, dichiarazioni politiche e dinamiche che riguardano la comunità.

Nel caso specifico, ho commentato parole pronunciate pubblicamente durante un comizio elettorale. Non ho inventato fatti. Non ho attribuito frasi mai dette. Non ho diffuso notizie false. Ho espresso una critica politica argomentata rispetto a dichiarazioni che, a mio giudizio, finivano per sminuire anni di lavoro associativo, culturale e sociale svolto nel paese.

Questo è un editoriale. E questo è esattamente ciò che un editoriale consente di fare.

La deontologia giornalistica impone correttezza, verifica dei fatti, distinzione tra cronaca e opinione. Ed è proprio questa distinzione che sembra essere sfuggita durante quel passaggio dal palco. Perché un giornale libero non è un bollettino neutro che si limita a trascrivere dichiarazioni senza mai elaborarle criticamente. Se fosse così, gli editoriali semplicemente non esisterebbero.

Comprendo che la candidata sia un’insegnante e che il suo lavoro la porti quotidianamente a spiegare, correggere e formare. Ma il giornalismo, esattamente come l’insegnamento, possiede regole, funzioni e responsabilità proprie. E così come non mi permetterei mai di salire in cattedra per spiegare a un docente come svolgere il proprio lavoro, allo stesso modo ritengo quantomeno singolare ricevere lezioni superficiali sul ruolo dell’informazione da chi evidentemente confonde ancora il diritto di cronaca con il diritto di critica.

Colpisce, inoltre, che il bersaglio sia diventata la stampa e non il merito delle questioni sollevate. Non so da dove nasca questa improvvisa esigenza di trasformare il giornalismo in un problema della campagna elettorale, anche se qualche facile intuizione sarebbe possibile. So però una cosa: quando la politica comincia a innervosirsi davanti a un’opinione critica e sceglie di spostare il dibattito sul ruolo dell’informazione anziché sul contenuto delle critiche ricevute, difficilmente è un segnale che giova alla sua credibilità.

E forse sarebbe utile ricordare anche un altro aspetto. Il palco di un comizio dovrebbe servire a parlare di idee, programmi, soluzioni e visioni per il paese. Non a trasformarsi nel luogo in cui consumare risentimenti sotto forma di intervento politico. Perché quando il dibattito smette di confrontarsi sui contenuti e sceglie invece di colpire chi esercita legittimamente il diritto di critica, il rischio è quello di abbassare il livello della discussione pubblica fino a renderla poco più di uno sfogo personale amplificato da un microfono.

E c’è un ulteriore elemento che, francamente, lascia perplessi. Attaccare dal palco una persona che, per ruolo e correttezza professionale, su quel palco non può salire a replicare, altera inevitabilmente il principio di parità del confronto. Perché chi fa informazione racconta e scrive; non partecipa ai comizi, non prende il microfono in piazza e non trasforma il proprio lavoro in propaganda urlata davanti a una folla. Ed è proprio per questo che utilizzare quello spazio per colpire chi non può rispondere nello stesso contesto appare, sempre secondo il mio modesto parere, un clamoroso autogol politico e comunicativo.

Del resto, chi segue davvero il mio lavoro sa bene che la critica politica non è mai stata esercitata a senso unico. Negli anni sono stata spesso critica anche nei confronti degli attuali candidati oggi avversari della lista “Oltre”. E quando ho ritenuto che ci fossero decisioni discutibili, scelte sbagliate o aspetti da contestare, l’ho fatto pubblicamente, senza convenienze e senza appartenenze anche scomodando personaggi pubblici di livello (tipo il professor Sgarbi). Basta scorrere il sito per rendersene conto.

Ed è forse questo l’aspetto più singolare dell’intera vicenda: trasformare in “problema” un editoriale critico solo quando la critica riguarda la propria parte politica. Perché la libertà di informazione non può essere considerata legittima soltanto quando colpisce gli altri e improvvisamente “scorretta” quando riguarda sé stessi. Altrimenti non si sta difendendo il pluralismo. Si sta semplicemente tentando di selezionare quali opinioni siano tollerabili e quali no.

La politica dovrebbe elevare il confronto, non trascinarlo sul terreno delle insofferenze individuali.

Il pluralismo non significa assenza di opinioni. Significa libertà di esprimerle nel rispetto dei fatti. E un giornale indipendente non è un giornale silenzioso. È un giornale che racconta, approfondisce, interpreta e, quando necessario, prende posizione.

Perché il compito dell’informazione non è accarezzare la politica rendendola comoda. È osservarla criticamente, anche quando questo può dare fastidio.

Ed è esattamente ciò che continuerò a fare.

Ps: non ho intenzione, né sono tenuta a scrivere di ogni singolo comizio, perché tanto sono pubblici e partecipati. Ma quando mi si tira in causa, devo necessariamente rispondere e se si vuole approfondire o confrontarsi con contraddittorio però, vi aspetto in via Roma 29.

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Elena Ricci

Direttore Responsabile, 32 anni, laureata in Scienze della Comunicazione, in Pedagogia e in Criminologia Clinica con il massimo dei voti. Nel 2007, giovanissima, ha iniziato ad occuparsi di giornalismo e comunicazione in ambito sindacale. Prosegue, trattando politica, ambiente e cronaca a livello locale, con il Periodico Vivavoce e il Quotidiano TarantoOggi. Tratta prevalentemente cronaca nera e giudiziaria. Ha preso parte a trasmissioni TV come opinionista e condotto alcuni format televisivi a livello locale. Si occupa di casi giudiziari mediatici e tematiche relative a difesa, ordine pubblico e pubblica sicurezza. Ha firmato il Secolo d'Italia e IlGiornale. Attualmente firma le pagine del Quotidiano Il Tempo.

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