Nel Salone dei Vescovi del Palazzo Arcivescovile, lo scorso 25 marzo 2026, il Club per l’UNESCO di Taranto e l’Associazione Marco Motolese hanno presentato “Processo a Gesù”, evento inserito nella XII edizione del Misterium Festival.
Il tema scelto, “Dignità umana e dialogo tra diritto e fede”, ha posto al centro il confronto tra prospettive diverse come strumento di comprensione della complessità dell’esperienza umana. L’iniziativa, con la direzione artistica di Pierfranco Semeraro e la partecipazione del Maestro Piero Romano, direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia, è stata organizzata dalle Corti di Taras con il supporto di istituzioni locali e nazionali.
Ad aprire il convegno è stata la professoressa Carmen Galluzzo Motolese, presidente delle associazioni promotrici. “Siamo grati a S.E. Monsignor Miniero e al Maestro Romano per aver accolto la nostra proposta di “Processo a Gesù” che ben si inserisce nel contesto della Settimana Santa. Tempo di memoria e riflessione condivisa, il Processo a Gesù assume un significato che va oltre la dimensione religiosa per diventare un tema storico, culturale e civile. Il linguaggio del diritto, con la sua attenzione alle garanzie e alla responsabilità delle istituzioni, incontra qui quello della fede, che in questo evento riconosce un momento centrale della propria tradizione spirituale e del proprio messaggio etico. Nel solco dei valori culturali e educativi promossi dai Club UNESCO, questo incontro intende proporsi come occasione di confronto alto e rispettoso tra saperi e sensibilità diverse, nella convinzione che la riflessione sulla storia e sulle sue grandi domande possa contribuire a rafforzare la coscienza civile, religiosa e il senso della responsabilità nei confronti della persona umana. In questa importante manifestazione culturale, esso ci invita a interrogarci sul valore universale della giustizia e della fede”.
Nel corso dell’incontro è intervenuto anche il giudice Antonio Morelli. “Un processo penale deve o dovrebbe essere innanzi tutto, per la sua giustificazione, legittimo, e cioè conforme nel suo svolgimento a precise regole giuridiche che lo rendano conforme a un modello legislativamente preordinato. Deve essere, inoltre, giusto e cioè tale che la sua conformità alla regola formale conduca ad un risultato quanto più conforme alla verità del fatto e alla sua proporzione umana. Indispensabile al raggiungimento di questo scopo sono i requisiti del giudicante, tanto quelli normativamente previsti quanto, e soprattutto, quelli iscritti nella coscienza: equilibrio, saggezza, onestà intellettuale, coraggio della verità. Deve essere, infine, non scontato perché un processo il cui esito fosse dato per già scritto sarebbe soltanto una farsa. È noto che Gesù fu sottoposto a due processi o meglio a un’indagine preliminare e a un processo: la prima di carattere religioso davanti alla massima autorità giudaica, il secondo di carattere civile davanti al governatore romano. Anche le imputazioni furono diverse: quella religiosa, di bestemmia, per essersi fatto Dio, quella civile, di lesa maestà, per essersi fatto re dei giudei. La condanna non fu istituzionale, ma popolare, proveniente cioè dalla folla presente e istigata dai sinedriti, alla quale Pilato si rivolse per un verdetto che dal suo punto di vista sarebbe stato assolutorio. In definitiva Gesù ebbe la possibilità di difendersi e il principio del contraddittorio, sia pure in limiti limitati ma essenziali, rispettato”.
Sul valore spirituale del tema si è soffermato monsignor Emanuele Ferro. “Il processo a Gesù, nella prospettiva cristiana, è prima di tutto l’incontro drammatico tra il potere e la verità, tra la paura e la libertà della coscienza. Gesù non si difende con la forza, ma afferma la dignità della persona anche di fronte all’ingiustizia. Vivere l’esperienza del processo diventa una provocazione e attraverso la lettura dei Vangeli si scorge l’attuazione delle profezie e la donazione del Signore alla morte”.
A concludere i lavori è stato l’arcivescovo di Taranto, monsignor Ciro Miniero. “Dare risposte attraverso l’arte, la musica e confronti di dialogo tra giustizia e fede è il modo migliore per dare certezze di conoscenza al desiderio umano del sapere. Nel processo emerge il dramma di un uomo innocente consegnato all’ingiustizia e al compromesso del potere. Per questo ringrazio gli organizzatori. L’incontro ha messo a confronto il punto di vista del diritto e quello della riflessione spirituale, un evento che appartiene al patrimonio della memoria dell’umanità e che richiama i principi fondamentali della fede. Celebrare e riflettere su questi temi nella Settimana Santa significa trasformare la memoria in impegno, affinché la giustizia e la dignità umana restino al centro della vita personale e sociale”.
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