La morte dell’ennesimo lavoratore nello stabilimento ex Ilva di Taranto riaccende lo scontro politico e istituzionale sulla sicurezza e sul futuro dell’impianto. Due distinti comunicati – uno firmato dai consiglieri comunali Virginia Galeandro, Vincenzo Di Gregorio e Antonio Lenti, l’altro da DemoS – Democrazia Solidale – convergono su un punto netto: la produzione non può più prevalere sulla vita.
“Il lavoro e la rilevanza sociale ricoperta dal lavoratore sono tali che nostri i padri costituenti li hanno voluti celebrare, e tutelare, nell’articolo 1”, ricordano i consiglieri, richiamando il fondamento costituzionale della Repubblica. Ma, a loro dire, qualcosa si è spezzato: “A distanza di 80 anni, tuttavia, si assiste inevitabilmente ad un fenomeno degenerativo: quando al lavoro si sostituisce la produzione, infatti, la società naufraga, le priorità si snaturano, la forza lavoro è privata di ogni dignità, ridotta ad un numero, una cifra, sostituibile, privo di alcun valore se non quello che il suo lavoro può aggiungere alla produzione”.
Una denuncia che si traduce in una presa di posizione senza ambiguità: “Ebbene, essere dalla parte dei lavoratori e del lavoro non dovrebbe equivalere mai ad essere dalla parte della produzione, MAI”. Perché, spiegano, “essere dalla parte dei lavoratori vuol dire lottare perché abbiano un posto di lavoro dignitoso e sicuro a cui andare, e lottare altresì perché da quel lavoro possano tornare”.
Il bilancio degli ultimi anni è drammatico: “E negli ultimi 14 anni, 11 di noi non sono più tornati a casa. Negli ultimi 14 anni, 11 figli di questa terra non sono più tornati delle loro mogli, dalle loro compagne, dai loro figli, dai loro genitori”. Parole che trasformano le statistiche in volti e famiglie. “Le evidenze ci raccontano di uno stabilimento decadente, fatiscente, pericoloso, inagibile. E queste evidenze hanno un nome, un cognome, una data di nascita e una di morte”.
Secondo i firmatari, “il ripetersi di infortuni gravi e mortali in un lasso di tempo così ravvicinato evidenzia chiare criticità nei sistemi di prevenzione, controllo e gestione del rischio, laddove la sicurezza non può essere subordinata a logiche produttive o a esigenze organizzative”. Un allarme che affonda le radici nel passato: “Criticità che nel 2012 – ben 14 anni e 11 vite spezzate fa – l’autorità giudiziaria ha tentato di arginare mediante il sequestro degli impianti. Ciò, come sappiamo, non è bastato”. E ancora: “Innumerevoli sono stati i cd. “decreti salva-Ilva” affinché si continuasse a produrre, al di là delle conseguenze sulla salute e sull’ambiente, a prescindere dalle condizioni di lavoro”.
Per i consiglieri, “l’ultima – l’ennesima – morte non può essere liquidata come una fatalità, quanto piuttosto come l’inevitabile conseguenza della mancanza di legalità”. Da qui le richieste: “L’immediata cessazione di ogni attività nei siti dei recenti infortuni mortali”; “La contestuale sospensione di ogni altra attività dello stabilimento, la verifica dello stato dei luoghi dei restanti reparti dello stesso e, in caso di rilevate criticità, immediata cessazione di ogni altra attività”. La conclusione è perentoria: “La politica, ad ogni livello, deve trovare il coraggio di dire che non ci sono più alternative alla chiusura”.
Sulla stessa linea DemoS – Democrazia Solidale, che parla apertamente di “UN’ALTRA MORTE ANNUNCIATA: SENZA LA VERIFICA DELLA SICUREZZA, LO STABILIMENTO VA FERMATO”. Il movimento definisce l’accaduto “non una fatalità ma il risultato prevedibile di un sistema senza manutenzione, senza controlli e senza una vera politica industriale”. E ribadisce: “La vita viene prima di ogni logica industriale”.
Nel comunicato si legge: “Un’altra vittima all’ex Ilva. Non una fatalità. Non un caso. L’ennesima conseguenza prevedibile di un sistema che continua a produrre morte”. E ancora: “Le morti e gli incidenti non sono eventi isolati. Sono il risultato oggettivo e inevitabile di una gestione senza programmazione, senza manutenzione, senza controlli”. Per DemoS, “i recenti episodi dimostrano che lavorare nello stabilimento è un rischio per la propria vita”.
Il riferimento è anche alla recente decisione giudiziaria: “La recente sentenza del tribunale di Milano, che giudica insufficienti le prescrizioni dell’ultima AIA, conferma ciò che è ormai evidente: non ci sono le condizioni né per garantire sicurezza né per garantire sostenibilità”. E l’affondo politico: “Non si può governare rincorrendo le sentenze”.
Il quadro tracciato è netto: “Il risultato è sotto gli occhi di tutti: morti, salari ridotti, una città soffocata dall’inquinamento”. DemoS esprime “profondo cordoglio alla famiglia del lavoratore” e rilancia un principio che sintetizza entrambe le prese di posizione: “Senza sicurezza, non c’è lavoro. E in assenza di condizioni certe e verificabili di sicurezza, lo stabilimento deve essere fermato. Subito”.
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