Ieri abbiamo scoperto due cose: uno, che a Montemesola esiste il Partito Democratico; due, che anche il Pd ha aderito all’appello del Partito Comunista, che a sua volta ha aderito all’appello delle opposizioni che al mercato mio padre comprò.
E l’ironia finisce qui. Perché abbiamo detto sin dal principio, e ne siamo convinti, che l’appello delle opposizioni è legittimo. Punto. Non si discute. È politica, è diritto di critica, è dialettica democratica, l’appello è pesino necessario. È politicamente comprensibile, e rientra pienamente nel diritto – e nel dovere – di chi non governa (e non ha governato soprattutto) di criticare chi governa. Fine della discussione su questo punto.
Il paradosso, invece, è un altro. Ed è tutto dentro la storia politica del segretario locale del Pd: Antonio Coro (che abbiamo appreso ieri sera essere tale).
Perché quella storia non è un’opinione. È scritta nero su bianco nei verbali del Consiglio comunale.
Torniamo al 2009, ultime battute dell’amministrazione Marangi. Coro è parte della maggioranza guidata da Franco Marangi. Non all’opposizione: dentro il governo del paese. Poi succede qualcosa che segna una frattura politica vera, non simbolica.
Il Comune avvia formalmente il procedimento di decadenza dalla carica di consigliere comunale. Motivo: assenze ripetute alle sedute del Consiglio senza giustificato motivo. Nel verbale si parla di diverse adunanze consecutive – tra il 2008 e il 2009 – a cui il consigliere non prende parte.
Il 29 luglio 2009 il Consiglio comunale discute e vota. Non è una scena marginale. È un passaggio teso, politico, pubblico.
C’è chi dice apertamente che “chi si mette in lista fa un patto con i cittadini” e che quel patto non può essere disatteso. C’è chi sottolinea che le regole statutarie vanno applicate. C’è chi invita al dialogo. C’è chi parla di negligenza. C’è chi difende Coro. C’è chi si oppone alla decadenza. Poi c’è Carmela Testa, oggi consigliere di opposizione firmataria dell’appello sottoscritto da Coro, che proprio su quest’ultimo nel 2009 diceva in consiglio comunale: “Coro non ha rispettato gli elettori”.
Lui ribatte che non condivide più la politica di Marangi e il consigliere Giuseppe Sgobio (all’epoca all’opposizione) gli dice che avrebbe potuto contestare e fare rimostranze al sindaco partecipando alle sedute del consiglio comunale, perché il dissenso si deve manifestare in consiglio comunale, onorando il ruolo da consigliere. Giusto.
Ma alla fine il dato politico resta: Coro viene dichiarato decaduto dalla carica di consigliere comunale mentre faceva parte della maggioranza. Perché lo ha voluto Franco Marangi e la maggioranza ha deciso. Non una polemica, non un cambio di partito, non una scelta personale. Una decadenza formale votata in Consiglio.
Fine del primo tempo.
Poi arriva il secondo: il gruppo Insieme, dieci anni (altri) in maggioranza. Primi cinque anni come assessore al contenzioso, gli altri 4 come presidente del consiglio. Ruolo pieno, politico, amministrativo.
Poi, dopo dieci anni, ancora un passaggio: i comunisti, senza elezione. Ora il Partito Democratico.
E oggi l’adesione all’appello delle opposizioni. Ed è qui che scatta la satira, inevitabile.
Perché a Montemesola succede una cosa curiosa: si firma contro quindici anni di amministrazione locale… e dentro quei quindici anni, a vario titolo, ci si è stati quasi sempre e per di più in maggioranza. Si firma sostenendo le tesi di parte di coloro che lo hanno fatto fuori nel 2009.
Non è trasformismo, sia chiaro. Il trasformismo presuppone almeno una direzione. Qui la sensazione è più quella di una traiettoria a rimbalzo e non è nemmeno un’accusa: è proprio un rompicapo!
Il rischio, più che l’incoerenza, è la confusione. Non tanto per Coro, che probabilmente una logica personale la intravede, quanto per i cittadini. Perché la politica locale vive di memoria corta ma non cortissima, e quando i ruoli si mescolano troppo in fretta, quando alleanze e contrapposizioni cambiano senza una spiegazione pubblica chiara, il risultato è un cortocircuito: chi critica chi? E da quale posizione?
Non è un processo alle intenzioni, sia chiaro. Le evoluzioni politiche sono legittime, i percorsi personali anche. Si può cambiare idea, partito, campo, perfino narrazione. Ma ogni cambiamento richiede un passaggio che qui sembra mancare: la chiarezza.
Ogni passaggio, per essere credibile, dovrebbe avere un filo riconoscibile. Qui il filo somiglia più a un gomitolo caduto dalle scale.
In questo però ci vengono in soccorso le carte. Il problema è che la memoria amministrativa esiste. I verbali esistono. Le delibere esistono. Le cariche ricoperte esistono. E raccontano una storia precisa: Coro non è un osservatore esterno della politica montemesolina. Ne è stato protagonista per lunghi tratti, nel bene e nel male, dentro e fuori.
E così succede che un appello politico – serio, legittimo, forse persino necessario – diventa lo sfondo di una commedia involontaria perché a far sorridere sono alcune biografie di chi firma.
Una biografia che attraversa maggioranze, decadenze, assessorati, partiti, simboli e stagioni come una linea continua. E alla fine il paradosso resta tutto lì, semplice semplice: Coro oggi attacca quindici anni di politica locale. In quei quindici anni, però, non è stato spettatore. Era sul palco.


Scopri di più da Tarantini Time Quotidiano
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.










