A Montemesola la campagna elettorale non nasce nelle segreterie politiche, ma nelle parole della gente. Di chi ti ferma per strada, di chi scrive via mail, di chi manda messaggi su WhatsApp chiedendo una cosa sola: raccontare quello che si vede e quello che si percepisce davvero. Questi articoli nascono da lì. Non da indiscrezioni di palazzo, ma da ciò che i cittadini ripetono ogni giorno. Ce li chiedono, li sollecitano, pretendono che se ne parli. E noi li accontentiamo.
Il ritorno di Vito Punzi è uno dei temi più discussi. Il passaggio della fascia tra fratelli ha lasciato il segno e la parola “dinastia” è entrata stabilmente nel vocabolario politico del paese. C’è chi non la tollera, chi la considera un limite, chi la usa come simbolo di un potere troppo concentrato.
Ma c’è anche chi, con la stessa franchezza, riconosce ai Punzi continuità amministrativa, risultati e capacità di tenere la guida in anni complicati, anche perché il loro piano pluriennale ha permesso all’Ente di ripulirsi dai milioni di debiti contratti in passato, quando ancora i fratelli non amministravano. Criticati e apprezzati allo stesso tempo: è questa la fotografia più onesta del sentimento diffuso.
Il vero nodo, però, si sposta sull’altro fronte. L’alleanza delle opposizioni. Storica, sulla carta. Comunisti con liste civiche ed ex democristiani di area centrodestra insieme per tentare il colpo. Un’unione che incuriosisce, ma che al tempo stesso accende un sospetto forte: quello della doppia morale.
Perché mentre si punta il dito contro la continuità familiare della maggioranza, in molti si chiedono se tra le fila dell’alleanza non stiano tornando nomi già protagonisti della politica locale negli anni più difficili. Gli anni dei debiti, delle scelte contestate, delle amministrazioni finite nel mirino delle critiche.
E qui la doppia morale diventa evidente: si contesta una presunta “dinastia”, ma si è pronti a riaprire la porta a figure che hanno già amministrato e che oggi si ripropongono come alternativa? Non come memoria, ma come novità?
Ed è sempre qui che il giudizio della gente diventa più tagliente. Perché una cosa è costruire un’alternativa credibile, un’altra è rimettere in pista le stesse figure di sempre, le solite vecchie volpi della politica locale, abituate a cambiare casacca e narrazione ma non ruolo. Addirittura “cacciate”, quando erano in maggioranza in vecchie amministrazioni, e ora (pare) d’amore e d’accordo. Pedine di un sistema che ha già mostrato crepe profonde e che ora tenta di rientrare dalla porta del “cambiamento”.
È questo che i cittadini scrivono e dicono senza più filtri: se l’alternativa deve essere credibile, non può poggiare su chi ha già avuto occasioni e le ha bruciate. Non può parlare di futuro con facce che raccontano solo passato. Servono volti nuovi.
Eppure l’alleanza resta un’incognita vera. Perché se saprà esprimere volti nuovi, o che comunque non hanno mai amministrato, competenze reali e una leadership non compromessa con le stagioni fallimentari della politica locale, allora potrà davvero giocarsi la partita. Se invece diventerà il rifugio delle vecchie volpi, rischierà di rafforzare proprio chi intende sfidare.
Nel frattempo il paese osserva. C’è chi critica i Punzi, sì. Ma anche chi ne riconosce la solidità e li definisce “difficili da battere”. Guarda all’alleanza, sì. Ma teme che dietro l’etichetta dell’unità si nasconda l’ennesima riproposizione di un copione già visto.
La campagna elettorale è già iniziata e non ha toni morbidi. Sui social il confronto è acceso, diretto, spesso ruvido. Segno che la partita è aperta, ma anche che la fiducia non è scontata per nessuno.
Alla fine la sensazione che emerge da chi ci parla ogni giorno è una sola: Montemesola non ha paura del cambiamento e neanche delle dinastie. Ha paura del finto cambiamento. Di quello costruito rimettendo in campo gli stessi protagonisti di ieri e vendendoli come novità di oggi.
Perché la “dinastia” può dividere, ma le vecchie volpi che tornano come salvatori convincono ancora meno. E questa volta, più delle strategie, peserà la memoria. Quella vera, che in paese non si cancella con uno slogan.
Una postilla, così resta agli atti. Qui si continuerà a scrivere senza chiedere permessi e senza padroni, anche se a qualcuno fa comodo raccontarsela così. Chi pensa di poter intimidire, etichettare o mettere pressione sbaglia bersaglio. Le voci dei cittadini non si spengono, si ascoltano. E quando arrivano, vanno raccontate. Sempre. Le patenti di “vero” o “finto” giornalismo le lasciamo a chi ha ancora bisogno di darsene una perché non ha trovato la propria voce ed è impegnato/a a costruirsi una propria credibilità. Diciotto anni di lavoro non si spiegano, si vedono. Il resto fa rumore. Poi sparisce.
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