Il Parlamento approva l’ennesimo decreto sull’ex Ilva e Taranto resta sospesa. Sospesa tra il diritto al lavoro e quello alla salute, tra la necessità di non fermare gli impianti e l’urgenza di fermare un modello industriale che continua a produrre malattia, morte e incertezza.
Il provvedimento, varato senza modifiche rispetto al testo del Senato, consente ad Acciaierie d’Italia di utilizzare 108 milioni residui e apre alla possibilità di altri 149 milioni nel 2026, se la vendita non andrà in porto. Una misura che evita lo stop immediato, ma che non dice dove si vuole andare. Si guadagna tempo. Ancora.
Le opposizioni lo denunciano con parole nette. Leonardo Donno, M5S, parla di un’occasione perduta:
“Con questo decreto è stata persa un’occasione importante per chiudere un capitolo nero sulla storia dell’Ex Ilva. Non c’è una strategia da parte del governo, si tampona un’emergenza e si lasciano in sospeso una serie di criticità che gravano sul territorio”.
E aggiunge ciò che a Taranto si sente da anni: “Non si costruisce, ancora una volta, un percorso che conduca alla decarbonizzazione, e non vengono fornite garanzie sul piano occupazionale. Non esiste un accordo di programma che metta in campo obiettivi chiari, non si parla di chiusura delle fonti inquinanti, di fondi da destinare alle bonifiche, di un serio e concreto piano di riconversione industriale”.
Parole che parlano direttamente alla città, più di qualsiasi tabella finanziaria. Perché qui non si chiede solo di lavorare: si chiede di vivere.
Il governo rivendica invece una scelta di responsabilità. Per Fratelli d’Italia, come afferma Dario Iaia, “il governo Meloni garantisce la disponibilità di 257 milioni di euro per garantire la continuità produttiva degli impianti e contestualmente finanziare gli interventi urgenti di manutenzione, il ripristino ambientale, l’adeguamento dell’impianto siderurgico e per assicurare adeguati standard di sicurezza”.
E sottolinea le tutele: “Questo provvedimento prevede le risorse per garantire l’integrazione salariale in favore dei lavoratori in cassa integrazione (…) e le risorse per incrementare gli indennizzi per i danni agli immobili derivanti dall’inquinamento”.
Ma a Taranto la domanda resta una sola: fino a quando? Perché senza una visione industriale che metta al centro la salute, ogni proroga rischia di diventare una condanna differita.
Anche il sindacato lo riconosce. Ignazio Ganga, Cisl, definisce la proroga delle bonifiche una misura “difensiva e di transizione”, ma ammette che è “sintomatica di una forte difficoltà strutturale costituita dall’assenza di una visione industriale di lungo periodo”.
Il decreto tiene in vita il presente. Ma Taranto ha bisogno di futuro. E un futuro che non metta più in competizione acciaio e polmoni, fabbrica e bambini, lavoro e diritto alla vita. Finché questo non accadrà, ogni decreto sarà solo un’altra pagina provvisoria in una storia che la città chiede, da troppo tempo, di chiudere.
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