A Montemesola, ormai, una cosa l’abbiamo capita tutti: i fratelli Punzi si vogliono bene. E non è poco, in tempi di famiglie che si sfaldano e di litigi condominiali che finiscono in tribunale. L’affetto fraterno qui si manifesta in modo elegante e istituzionale: ci si passa la fascia tricolore come fosse una sciarpa nelle sere d’inverno. E infatti Vito torna a candidarsi alla carica di sindaco. Sulla squadra, però, aleggia ancora il mistero: turnover non pervenuto.
Come hanno fatto notare i comunisti sui social – con quella delicatezza che li contraddistingue – più che una classe dirigente sembra una staffetta di famiglia. La critica è semplice: così non si fa crescere nessuno, soprattutto i giovani del gruppo. E in un paese piccolo, dove il futuro già scarseggia, forse non è proprio un dettaglio.
E a proposito di social: pare che la campagna elettorale sia iniziata con il fuoco. Nel gruppo che amministriamo, “Piazza IV Novembre”, una diatriba piuttosto accesa ha visto qualcuno, parlando per i comunisti, rivendicare i gloriosi anni dal 1995 al 2000, quando – dicono – il partito risanò le casse comunali in un solo anno, senza contrarre debiti. Si parla di “avanzo di amministrazione”. Noi non siamo del mestiere, quindi non sappiamo se questo significhi davvero avere i conti in ordine, ma suona bene, e sui social spesso basta questo.
La discussione è stata rovente, anche se su livelli culturali decisamente diversi. Per completezza d’informazione, precisiamo che abbiamo deciso di non approvare più post anonimi, ma quel contenuto non lo abbiamo cancellato noi: è sparito insieme al profilo di chi lo aveva scritto. A volte la censura più efficace è l’autodistruzione.
Ma ora passiamo alle cose serie, e al senso vero di questo articolo.
L’alleanza di cui parlavamo nello scorso pezzo trova sempre più conferme. Non sarebbe tra partiti, come hanno puntualizzato sui social, ma tra comunisti e “componente cattolica”, con l’idea – sempre più concreta – di esprimere una donna come candidata sindaco o sindaca.
E qui, permetteteci di dirlo senza sarcasmo: sarebbe una svolta storica.
Secondo noi, i tempi sono maturi perché Montemesola abbia un candidato sindaco donna. Non per moda, non per slogan, ma per sostanza. Una donna amministrerebbe il paese con uno sguardo diverso, con una sensibilità diversa. Non migliore in senso assoluto, ma complementare, necessaria, nuova.
Nel 2026 sarebbe anche ora. Montemesola non ha mai avuto un sindaco donna, nonostante in passato qualcuna ci abbia provato. Tentativi isolati, spesso coraggiosi, quasi sempre schiacciati da logiche più grandi, da dinamiche tutte maschili, da tavoli dove le sedie sono occupate da decenni.
Eppure le donne, in questo paese come ovunque, tengono insieme famiglie, lavoro, relazioni, comunità. Sono quelle che organizzano, che resistono, che curano. Hanno uno sguardo concreto sui problemi quotidiani, una capacità naturale di mediazione, una forza silenziosa che non ha bisogno di alzare la voce per essere autorevole.
Un sindaco donna non sarebbe solo una novità simbolica. Sarebbe un messaggio potente: Montemesola può cambiare, può rompere le consuetudini, può guardare avanti. Ma non è facile, perché bisognerebbe trovare una donna che non sia estremamente radicale.
Forse è questo, oggi, l’atto più rivoluzionario che un piccolo paese possa permettersi. Non scegliere l’ennesimo nome noto, ma dare spazio a una voce nuova. Magari femminile. Magari capace di farci scoprire che governare non significa solo amministrare, ma anche immaginare.
C’è però da dire anche che a Montemesola le alleanze nascono sempre con grandi promesse e finiscono spesso per perdersi nei compromessi.
In politica, le alchimie troppo ardite spesso funzionano meglio nei comunicati che nella realtà. Poi arriva la vita amministrativa, fatta di scelte, attriti e memoria lunga. E in un paese piccolo, alla fine, non vince chi sorprende, ma chi sa restare e reggere il peso dei giorni.
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