L’immagine che emerge dall’attuale situazione dello stabilimento siderurgico tarantino è ferocemente drammatica ed agghiacciante: una lenta e sfinente eutanasia industriale. Impianti lasciati marcire, linee di produzione interrotte, manutenzioni sospese, investimenti mai avviati ed operai che rischiano la vita ogni santo giorno.
Oggi, tra cassintegrati e precari, quasi 5.000 lavoratori vivono nell’incertezza. L’impianto di Taranto, un tempo cuore pulsante della siderurgia europea, è ridotto ad un relitto industriale, con una produzione scesa sotto i due milioni di tonnellate annue.
L’ex Ilva non è una realtà sicura né per i lavoratori né per la comunità, a causa delle violazioni delle norme di sicurezza e dell’impatto ambientale che, da troppo tempo ormai, grava sulla città e sui comuni limitrofi.
Innegabili le responsabilità politiche, con un Governo che continua ad investire miliardi di risorse pubbliche senza una reale prospettiva di risanamento. Risorse che già da anni avrebbero potuto consentire una ricostruzione totale dell’impianto o una sua dismissione, accompagnata da una reale e concreta riconversione socio-economica del territorio.
Il dolore per la morte di Claudio Salamida, così come per quella di altri operai che non sono tornati a casa dai loro figli è un tragico e non più tollerabile lutto collettivo, che riguarda un’intera comunità. Un peso enorme che si accoda alle cosiddette “morti silenziose” causate dalle emissioni inquinanti dello stesso stabilimento, e che grava sulle spalle di una classe politica incapace di assumere decisioni in grado di cambiare il destino di Taranto. Il M5S, attraverso una mozione a firma della consigliera Annagrazia Angolano, portò in Consiglio Comunale la richiesta di esprimersi, con apposito ricorso, contro un’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) che è pronta a condannare il territorio ad una ulteriore produzione a carbone per altri 12 anni, ma il Sindaco Bitetti e la sua maggioranza pensarono bene di non esporsi, astenendosi dal decidere. Ma che politica è quella che non decide, che non compie scelte coraggiose in difesa dei propri cittadini? Da anni il M5S di Taranto chiede la chiusura delle fonti inquinanti, le indispensabili attività di bonifica ed un programmato e definito processo di riconversione socio-economica del territorio.
Il Sindaco di Taranto non può, anche questa volta e a seguito dell’ennesima morte sugli impianti di un giovane operaio, rimanere in silenzio, non muovendo un dito neanche per un’ordinanza o qualsiasi altra modalità utile a rafforzare, quantomeno, le basilari condizioni di sicurezza sul lavoro in quella fabbrica! Basta con gli annunci di letterine al Governo!
Tutto questo è a dir poco inaccettabile da parte di chi dovrebbe essere il primo garante della salute e della sicurezza pubblica ma che invece lascia alla propria città il triste primato di città simbolo del sacrificio operaio, costringendola a pagare, senza sconti, il prezzo più alto: un futuro bruciato nel nome del mercato e del profitto altrui.
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