La Federazione dirigenti della sede di Taranto, già dagli inizi del 2021, aveva elaborato e sostenuto a cura di alcuni associati. uno studio di base denominato “Acciaio Invisibile”. Questa iniziativa voleva dare una risposta al perenne quesito: “Quale futuro per l’ex Ilva di Taranto?” nell’intento di ben considerare il sempre più importante orientamento nazionale e mondiale verso la sostenibilità della fabbrica.
Lo studio tendeva a superare, seppure nella sua inevitabile gradualità realizzativa, la soluzione “ibrida” pianificata in quegli anni e poi mai realizzata. Gli autori dello studio avevano ben considerato che la svolta dell’acciaieria da “ibrida” a “tutta elettrica” era ineluttabile e foriera di un freno alle ossessive campagne mediatiche per la chiusura di una fabbrica che invece è strategica, di interesse nazionale.
Le considerazioni derivanti dall’avversione antifabbrica presenti sul territorio, rendevano evidente che il piano non poteva fermarsi a quest’assetto ibrido poichè, pur migliorando la situazione, si poteva tornare a creare criticità ambientali e sanitarie e stato di conflitto. Era il momento, e lo è ancor più oggi, che per evitare un tragico insuccesso e perdita di denaro pubblico, di poter dare a Taranto quello che chiede, cioè “una produzione di acciaio pulita”. Solo così le azioni progettate potranno essere una reale occasione di rilancio condivisa.
In questo modo Taranto sarebbe tra le prime siderurgie in Europa ad operare questa scelta per raggiungere gli obiettivi di un abbattimento totale degli inquinanti legati al ciclo integrale e a dimezzare le emissioni di CO2 (gas serra).
Questa premessa è necessaria al fine di dare per consolidata ed accettata dalle parti, la soluzione di una trasformazione in una siderurgia con forni elettrici. Resta aperto il problema degli impianti di produzione del preridotto, DRI (Direct Reduction Iron) sui quali occorre fare chiarezza.
E’ bene affrontare subito la questione.
Questi impianti affinchè il processo sia conveniente, visto gli alti costi energetici, non possono che essere costruiti nel perimetro stesso della fabbrica. Le ipotesi di realizzazioni a distanza, che spesso in questi giorni, leggiamo sulla stampa, risultano non convenienti per varie ragioni.
- Certamente la situazione impiantistica di Taranto è favorevole: dispone delle aree delle infrastrutture necessarie come nastri trasportatori direttamente dal porto per le materie prime, stoccaggio in aree coperte.
Dispone altresì delle centrali elettriche da adeguare alle nuove necessità.
Ne deriva, dunque, un costo di installazione molto più contenuto rispetto ad altre scelte.
- Ma ancora più determinante è che la produzione di ferro preridotto prodotto con gas naturale, può essere inviato a caldo ai forni fusori con i seguenti principali vantaggi:
- Efficienza energetica: mantenere il preridotto caldo (fino a 600-700°C) al momento della carica, riduce notevolmente l’energia elettrica necessaria per la fusione. (Riduzione fino al 20-25%).
- Riduzione dei costi: minori consumi di elettricità nei forni elettrici e migliore produttività.
- Maggiore resa metallurgica: l’uso caldo diminuisce le perdite termiche e migliora la fusione, con riduzione delle scorie.
- Minore impatto ambientale: rispetto alla carica fredda, consente un abbattimento delle emissioni di CO2
Affinchè a Taranto si possa produrre acciaio con maggior efficienza energetica e conseguente riduzione dei costi è necessaria un’installazione di queste unità per il preridotto, in prossimità dei forni fusori elettrici.
Naturalmente devono essere garantite le fonti energetiche di gas naturale e di energia elettrica anche da fonti rinnovabili. E’ evidente a questo punto, per noi, che il progetto della “decarbonizzazione” potrà vedere la luce solo con la disponibilità di energia nei pressi della fabbrica, le altre ipotesi vedrebbero un progetto monco e difficilmente sostenibile sul piano economico. IL PROGETTO RIESCE SE SI DISPONE DI FONTI ENERGETICHE LOCALI O PORTATE IN ZONA. OGNI ALTRA IPOTESI non porterebbe a produrre acciaio a costi competitivi e quindi un impianto fuori mercato con tutti gli effetti negativi conseguenti.
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