Dipende dalla prospettiva dalla quale si vogliono vedere le cose, perché è importante considerare i diversi punti di vista per una visione più completa e consapevole della realtà in cui vive il territorio tarantino, e questo lo diciamo a tutti soggetti coinvolti, istituzionali, parti sociali e comunità tutta. E se il Ministro Urso sulla vertenza ex ILVA sta svolgendo il suo ruolo da Ministro della Repubblica, riconoscendogli tenacia ed abnegazione, considerando il comparto siderurgico un asset strategico per l’interesse nazionale, cercando quindi soluzioni che tengano in piedi tutto, dagli altri stabilimenti sparsi per l’Italia ai livelli di produzione nazionale di acciaio e quelli occupazionali complessivi, puntando sull’ibrido e sull’allungamento dei tempi, dal punto di vista tarantino ancora non è ben chiara la partita che le parti stanno giocando, gli obiettivi che si vogliono centrare e soprattutto in che modo si vorrebbero raggiungere.
Siccome la nuova AIA con produzione a carbone per altri 12 anni sembrerebbe incompatibile con i vincoli ambientali dell’UE con il Green Deal, il piano RePowerEU e le direttive UE relative alla qualità dell’aria e alla transizione energetica (vedi le immediate interrogazioni della Commissione Ambiente del Parlamento europeo di DECARO), va da se che la strada forzata percorribile è solo quella della decarbonizzazione del siderurgico, e questo non può che farci contenti, per tutti gli sperati benefici ambientali e sanitari che ne comporteranno. E su questo percorso non ci hanno lasciati soli, anzi l’Unione Europea, attraverso il Fondo per la Transizione Giusta (tradotto rende meglio l’obiettivo) ci ha messo a disposizione quasi 800 milioni di euro per diversificare la nostra economia e creare nuove opportunità di lavoro, mitigando così l’impatto negativo (esuberi e perdita di reddito) della transizione ecologica.
Ora però il territorio deve avere la forza ed il coraggio di fare i conti con la realtà. Bisogna dirla tutta la storia, completa in ogni risvolto, guardando al futuro di Taranto che per forza di cose non vedrà più l’acciaio come la grande manna dal cielo per reddito ed occupazione (come del resto è già adesso). Questo è quanto Confartigianato ha detto ieri nel confronto con i consiglieri comunali, ed è ciò che ripete al ministro in ogni occasione: non possiamo più perdere altro tempo, occorre decidere insieme e puntare sulle possibili direttrici di sviluppo alternative all’acciaio, per centrare la riconversione economica che permetterà al territorio di svilupparsi.
Ci rendiamo conto di essere pressoché gli unici a parlarne, come un disco rotto, ma contaminati dalla resilienza degli artigiani, sempre capaci di uscir fuori e creare valore anche dalle situazioni più difficili, non possiamo assistere ad un contraddittorio che vede al centro il futuro di Taranto concentrato esclusivamente su ILVA si o ILVA no, o accordo di programma si o no. Allora si guardi dentro i problemi e si dicano le cose come davvero stanno.
La partita non è solo la decarbonizzazione del territorio, che va assolutamente fatta, senza però aumentare i rischi, i pericoli per ambiente e cittadini e senza compromettere ed ipotecare ulteriormente lo sviluppo di altri settori economici (ecco il nostro NO alla gasiera in porto), ma è avere la capacità di affrontare e gestire in modo risolutivo la grande mole di esuberi che inevitabilmente ne deriverà dall’uso della nuova tecnologia. E’ qui che non si stanno dicendo in modo chiaro le cose, perché si sa, botte piena e moglie ubriaca non si possono avere contemporaneamente. I forni elettrici ad arco per la produzione dell’acciaio sono ormai diffusi in tutto il mondo, in Italia ce ne sono tantissimi (vedi Lombardia), solo Taranto è rimasta col cerino in mano degli altiforni, malandati e pericolosi (che combinazione!!) Ogni passaggio da altiforni a forni elettrici ha comportato ovunque una “ecatombe” dal punto di vista occupazionale. Non ultima la più grande acciaieria britannica di Port Talbot, gestita dalla Tata Steel, che con un investimento pubblico-privato ha chiuso i due altiforni passando a forno elettrico, con una forza lavoro passata con immediatezza da 4000 a 1200 dipendenti (è tutto documentato).
Diverse autorevole fonti stimano che per milione di tonnellate annue di acciaio prodotte con forno elettrico ad arco occorrono circa 400 dipendenti, mentre a Taranto (altiforni), ai tempi di Riva il rapporto era di 1500 dipendenti (produzione a 8 milioni annue) sceso poi a 1000 con Arcelor Mittal, con produzione fissata a 6 milioni annue e poi sappiamo come è andata a finire.
Quindi è facile fare i calcoli: tre forni elettrici da 2 milioni di tonnellate annue (2400 dip), con il gruppo DRI (??) e settori di lavorazioni varie, arriviamo a 4000 e se ci vogliamo bene a 5000 di forza lavoro? Il calcolo dell’esubero, che qualcuno definisce teorico e da recuperare con altre strategie, va da se, ed è spaventoso. Il forno elettrico previsto a Genova e la divisione in lotti della gara potrebbe poi consentire di staccare definitivamente le sorti degli stabilimenti del nord da Taranto. Ovviamente speriamo di sbagliare, ma vogliamo essere realisti e lungimiranti, perché è una conseguenza inevitabile e la comunità deve sapere la verità per poter adottare le necessarie scelte e contromisure. Ora, al netto di presunte strategie o cure palliative, di certo quella fabbrica, decarbonizzata, non sarà più come prima, per dimensioni e occupazione. Ce ne facciamo una ragione? Quindi è importante saper diversificare bene ed in fretta, a cominciare dalla formazione, dalla cultura imprenditoriale e dalle tante risorse oscurate ed inespresse del territorio. Ecco perché Confartigianato insiste nell’affermare che il territorio deve strategicamente trattare decarbonizzazione-bonifiche-riconversione economica come unica inscindibile vertenza, una grande opportunità, per la quale pretendere risorse sufficienti e cronoprogramma stretto di attuazione. Confartigianato non smetterà mai di suonare il suo disco rotto della diversificazione economica, confidando nella sensibilità e capacità della politica, delle istituzioni e delle parti sociali tutte di fare squadra.
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