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Home Politica Sindacale

Confartigianato: “Il futuro del territorio non può dipendere solo dall’acciaio: serve una visione condivisa e sostenibile”

Redazione by Redazione
4 Agosto 2025
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Confartigianato: “Il futuro del territorio non può dipendere solo dall’acciaio: serve una visione condivisa e sostenibile”
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E’ gia accaduto in passato di trovarci davanti a decisioni importanti, bivi determinanti per il futuro sociale ed economico del territorio, purtroppo quasi sempre in coincidenza con i guai del siderurgico. Il ritrovarci in queste condizioni significa che le precedenti occasioni le abbiamo sprecate tutte, non siamo stati in grado di determinare nulla, annegando nei compromessi, false promesse, illusioni e ricatti. Questa è un’opportunità per fare finalmente i conti con le cause che hanno reso questa comunità asfittica, incapace di decidere con la propria testa, di analizzare le situazioni nel complesso, così ferocemente e ciecamente aggrappata alla mammella occupazionale dell’industria pesante. La realtà è che c’è una lunga forte crisi internazionale dell’acciaio e che ci ritroviamo un enorme anacronistico siderurgico, fortemente malandato, tecnologicamente e ambientalmente obsoleto e quindi non più competitivo, buona parte non a norma, pericoloso e quindi sotto sequestro della magistratura, e zeppo di manodopera per una produzione che non c’è più e che non potrà esserci più in queste condizioni, forza lavoro che dovrà essere ridotta (si dice) quasi del 50% (se ci va bene) con l’utilizzo dei forni elettrici. Allora è necessario che questo territorio, in ogni contesto, faccia finalmente i conti con la realtà, discutendo, confrontandosi, per capire tutto quello che c’è da capire e decidere coinvolgendo tutti, senza pressioni e senza condizionamenti, su obiettivi certi che abbiano cronoprogrammi con scadenze e risorse certe. Ed a nostro avviso, come contributo alla discussione, deve farlo con una visione complessiva sociale ed economica del territorio, anche perché non sono ancora pubblici elementi chiave come chi e quando ci mette le risorse/realizzazione e la quantificazione degli esuberi derivanti dalla nuova tecnologia.


Confartigianato non si accoda al coro di quelli che egoisticamente invocano leggi speciali e poteri straordinari per i commissari (storia tra l’altro già vista, compreso i risultati), anzi, prova a dare una visione più allargata alla vertenza, per tenere insieme la produzione dell’acciaio con gli altri settori economici che occorre salvare e sviluppare, per percorrere il solco della diversificazione economica per la quale sono stati stanziati centinaia di milioni euro a disposizione del territorio.
Si è purtroppo constatato che la priorità data all’industria pesante ha portato ad un declino e rallentamento dello sviluppo dell’agricoltura, del commercio, del turismo, dell’artigianato e della blue economy. L’industria pesante ha assorbito diverse risorse importanti, tra cui enormi spazi condizionando lo sviluppo urbano ed economico in modo disordinato, l’acqua, immense risorse finanziarie, ingente manodopera, mettendo in grave difficoltà gli altri settori, e con un impatto significativo sull’ambiente, inquinando l’aria, il mare, le falde, la terra, con conseguenze di ogni tipo per tutti. Tutto ciò non lo dice Confartigianato, ma è chiaramente riportato sul sito del Ministero dell’Ambiente, nella scheda SIN, area di interesse nazionale di Taranto, classificata come contaminata e pericolosa, con una estensione di 4289ha a terra e 6872 ha a mare, divisi tra Taranto e Statte, che ricomprende oltre ai grandi insediamenti industriali e il porto, i mari, anche “zone di notevole pregio naturale e paesaggistico”. Una zona immensa sottratta allo sviluppo sociale ed economico del territorio dalla quale ne è altamente condizionata.

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E’ evidente quindi la necessità di un approccio equilibrato allo sviluppo economico, che non può più prevedere il privilegio di un settore a scapito degli altri, o non considerare le conseguenze sociali ambientali ed economiche che ne derivano.
Il Governo fa il governo, con una visione d’interesse nazionale per la produzione dell’acciaio, prevedendo degli obiettivi complessivi di produzione italiana, dando una prelazione a Taranto, con un lungo percorso di decarbonizzazione a tappe, con la possibilità di avere un pacchetto completo di forni elettrici e DRI (con nave rigassificatrice in porto), anche se condizionato alle esigenze della nuova azienda che acquisterà lo stabilimento. Il siderurgico sembrerebbe salvo. Ma il siderugico non è tutto.
In tutta questa estenuante vertenza manca ancora una volta un parallelo essenziale che semplificherebbe sicuramente il confronto e amplierebbe gli obiettivi e soprattutto i beneficiari: le bonifiche. Si perché negli ultimi vent’anni sono stati sfornati piani, progetti, protocolli d’intesa, lettere d’intenti, accordi di programma e commissari, ma le bonifiche quando si faranno? Ci viene detto che le bonifiche a Taranto sono un investimento strategico per il futuro della città, non solo per garantire un ambiente sano e una migliore qualità della vita ma, anche per rilanciare l’economia locale e creare nuove opportunità di sviluppo sostenibile, liberandosi dalla monocultura dell’industria pesante. Bene, allora? Sbaglia chi dice che se chiude lo stabilimento, Taranto sarà come Bagnoli. Taranto è già come Bagnoli, perché questo territorio è già gravemente immensamente contaminato e pericoloso per i veleni che sono stati sparsi, ed il fatto di mantenere in esercizio la fabbrica o chiuderla non cambierebbe le cose. E per la cronaca, a Bagnoli le opere di bonifica della terra e del mare sono iniziate da qualche anno e, fortunatamente per loro procedono, con finanziamenti ed operai al lavoro, e con questo Governo.


Allora questa nazione ha dimostrato che quando ci sono grosse emergenze le cose si possono fare bene e velocemente (vedi Giochi del Mediterraneo). Siccome i forni elettrici li installano da anni in tutto il mondo, e non ci vogliono 7 anni per costruirli ma al massimo 3, e possono essere costruiti contemporaneamente, (i tempi e le modalità di decarbonizzazione dell’acciaieria di Port Talbot in Galles possono esserci da esempio), occorre investire subito per ridurre il cronoprogramma, altro che rimettere in marcia gli altri altiforni! E per la bomba occupazionale e l’indotto, siamo realisti: sia per i lavoratori diretti che per gli indiretti dell’indotto (ormai ridotto quasi interamente a imprese che forniscono manodopera e gli autotrasportatori locali hanno quasi tutti saggiamente diversificato) se ne sta facendo carico lo Stato, anzi pensiamo a non buttar via soldi con formazione generica, non servono pezzi di carta. Serve invece formare in bottega gli esuberi, per quelle tante attività e settori che non riescono più a trovare manodopera. Solo nell’artigianato ci sono potenzialmente 10mila posti di lavoro disponibili, anche come autoimprenditorialità. E’ in questi casi che si devono produrre norme che facilitano e sostengono la rioccupazione.
Allora qualcosa sembra stia cambiando nel dibattito in città, si deve discutere, con serenità, consapevolezza e serietà, con i nostri rappresentanti comunali e parlamentari, ai quali chiediamo coraggio e lungimiranza nelle decisioni che devono finalmente riguardare l’interezza della comunità e dell’economia del territorio.
Una preghiera finale. Qualsiasi cosa si andrà a fare, essendo nuove infrastrutture, almeno non si ripeta il tragico errore di costruirle al confine col centro abitato ma si costruiscano esattamente dall’altra parte dell’immensa area dello stabilimento, diversi chilometri distante dai centri abitati.

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