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Ex Ilva, Legambiente: per la transizione utilizzare il biometano invece del gas. Stop al carbone

Redazione by Redazione
3 Luglio 2025
Reading Time: 3 mins read
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‘Ambiente svenduto’, parte domani il processo d’appello ex Ilva
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Rispetto al gas necessario, come soluzione transitoria, per avviare il processo di decarbonizzazione e, in particolare, la produzione di preridotto (DRI),  vogliamo in primo luogo sottolineare che, mentre il Ministro Urso continua a rimarcare la indispensabilità di una nave rigassificatrice a Taranto, da nessuna parte vengono fornite informazioni certe circa la quantità di gas che sarebbe necessario e, soprattutto, a partire da quale anno e fino a quando, né, tantomeno, si indica perché non possa essere utilizzato il gas che già arriva in Puglia ad esempio con TAP.  L’avvio dell’utilizzo dell’idrogeno verde per la produzione di preridotto, poi,  non viene mai menzionato ed il riferimento legislativo che lo indicava è stato addirittura soppresso.

In ogni caso vogliamo indicare che una alternativa al gas da importare dall’estero c’è già e rappresenta una risorsa strategica per la transizione ecologica e la lotta alla crisi climatica:  si chiama biometano, ottenuto dalla purificazione del biogas, prodotto attraverso la digestione anaerobica di materiale organico, ovvero scarti agricoli, reflui zootecnici, rifiuti organici.  Diversamente dal gas, che è una fonte fossile, il biometano è una fonte di energia rinnovabile il cui utilizzo può contribuire a ridurre significativamente le emissioni di gas serra.

Come il Governo italiano sa bene, secondo il PNIEC, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, che definisce gli obiettivi e le politiche  per la transizione energetica e la decarbonizzazione entro il 2030,  l’Italia dovrà arrivare a produrre 5,7 miliardi di metri cubi l’anno di biometano entro il 2030, sufficienti a coprire circa l’8% degli attuali consumi di gas naturale.

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La produzione di biometano è stata incentivata con due decreti: secondo le ultime dichiarazioni del Gse, rispetto ai bandi del DM 2018 e quelli del DM 2022, ancora da completare, sono stati incentivati impianti per 2,1 miliardi di metri cubi l’anno, di cui 750 milioni di metri cubi l’anno risultano già entrati in esercizio. A settembre 2024, secondo i dati Snam, risultavano in esercizio 114 punti di immissione in rete di biometano, con una capacità conferita pari 514 milioni di metri cubi  annui. I punti di prossima attivazione risultano essere 285 per una capacità pari a 1 miliardo e 227 milioni di metri cubi  annui. Il 2026 sarà determinante, dal momento che il PNRR ha assegnato le risorse per la realizzazione di 680 interventi in 18 regioni, di cui ben il 94% per la produzione di biogas e successivo upgrading a biometano da fonte agricola, con una produzione totale prevista di circa 2,2 miliardi di standard metri cubi all’anno.

Una quantità ampiamente sufficiente a coprire i futuri consumi di gas dell’ex Ilva di Taranto, tenuto conto che il consumo di energia di un impianto di DRI è nell’ordine di 300 metri cubi di gas naturale per tonnellata di minerale da ridurre.  Per la produzione di 2,5 milioni di DRI  è quindi possibile considerare un consumo inferiore ad 1 miliardo di metri cubi/anno: considerato che per la costruzione dell’impianto per la produzione di DRI sono necessari tre anni circa, la necessità di gas sarà  ampiamente compresa nella quantità di biometano che verrà prodotto in Italia ben prima del 2030.

Aggiungiamo che le scelte industriali recenti mostrano che i forni elettrico ad arco EAF  ideali per una produzione sostenibile di acciaio  dovranno essere alimentato da una miscela di    preridotto (DRI) e rottame. Per una produzione di 6 milioni di tonnellate annue di acciaio un unico impianto DRI sarebbe quindi ampiamente sufficiente: non c’è bisogno di altro gas, ma di energia prodotta da fonti rinnovabili per alimentare da subito in modo sostenibile i forni elettrici e per cominciare a produrre l’idrogeno verde necessario per arrivare a decarbonizzzare completamente la produzione di acciaio.

Non ci sono vincoli tecnici che impediscano di eliminare anche prima del 2030 altoforni, cokerie e tutti gli altri impianti del ciclo integrale: quello che serve sono la volontà politica e gli investimenti necessari per coniugare davvero ambiente, salute e lavoro trovando quel punto di equilibrio che, finora, non si è mai voluto trovare privilegiando in maniera miope le esigenze immediate della produzione, senza costruire una prospettiva a medio-lungo termine.

L’insistenza sulla necessità di prevedere la presenza di una nave rigassificatrice sembra più rispondere all’obiettivo più volte esplicitato dal Governo di fare dell’Italia un hub del gas piuttosto che a reali necessità. D’altro canto è evidente a tutti  un grave rallentamento nello sviluppo delle energie rinnovabili, con iter autorizzativi bloccati o molto faticosi che rallentano quella che è la strategia primaria per la  decarbonizzazione:  l’abbandono delle fonti fossili nella produzione di energia e la loro totale sostituzione con le fonti rinnovabili.

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