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Il risultato del referendum fra i lavoratori dell’ Ilva (93% favorevoli all’accordo) è la scontata conclusione di una partita, condotta dal Governo, che non risponde all’esigenza di tutelare in maniera equilibrata sia il diritto al lavoro che la tutela della salute pubblica, esposta al rischio dovuto alle emissioni nocive. I lavoratori non avevano alternative, se non quella di votare per non avere più un lavoro, rispetto all’accordo siglato fra le parti al Ministero. I Sindacati hanno fatto prevalere quello che è il loro ruolo gli impone e cioè, soprattutto, la tutela dell’occupazione. Mi auguro che il risultato del referendum non venga utilizzato dalle parti politiche o dal Governo per legittimare quello che, nel complesso, rimane un fallimento degli obiettivi da raggiungere. Forse il tempo avrà affievolito la memoria di qualcuno, ma non sarà possibile rimuovere dalla storia del nostro Paese quanto accaduto intorno all’Ilva dal 2012 ad oggi: una fabbrica sequestrata dalla Magistratura, perché gli effetti delle sue emissioni producevano un danno certo alla salute pubblica ed i proprietari sono ancora sotto processo per aver causato tale problema.

Dopo 6 anni, 12 Decreti “Salva Ilva” ed un commissariamento Statale, l’obbiettivo finale era quello di definire un ciclo produttivo dell’acciaio, evidentemente differente da quello precedente, che potesse consentire di produrre rimuovendo il rischio inaccettabile per la salute pubblica. Questo obiettivo non viene raggiunto con questo accordo che, oltre a stralciare la Valutazione del Rischio e dell’Impatto Sanitario dall’Autorizzazione ambientale, disattende la Legge Regionale sulla Valutazione del Danno Sanitario e concede l’immunità penale ai dirigenti della multinazionale indiana che hanno acquisito l’Ilva. Per noi questo accordo è un fallimento della politica e certifica la continuità, se pur con alcuni accorgimenti (come la copertura dei parchi) che noi chiedevamo ai Riva da anni, con una modalità produttiva che si è già dimostrata incompatibile con la tutela di ambiente e salute.

Il Governo attuale, retto dal M5S che, a parole, aveva fatto della tutela della salute un punto prioritario anche rispetto alla produzione, cancelli almeno l’immunità penale per chi dovrebbe essere, come tutti i cittadini italiani, sottoposto al controllo ed al rispetto della Legge.

Noi rimaniamo dell’idea che per garantire lavoro e salute si debba mettere in atto un cambiamento radicale della tecnologia con la quale si produce acciaio, e questo va stabilito a valle della Valutazione del Rischio e dell’Impatto Sanitario (che il Governo si rifiuta di introdurre nell’AIA). Non aver ripristinato queste due cose, ha impedito qualunque ipotesi di cambiamento reale della situazione e il Governo si è reso protagonista principale del ritorno al passato. Il risultato finale è che:

Ilva produceva senza garantire la adeguata tutela della salute pubblica e continua a farlo;

I lavoratori subiscono comunque un peggioramento complessivo rispetto alla situazione precedente;

La produzione era in mano ad un gruppo privato ed oggi passa ad un gruppo sempre privato, ma straniero;

I precedenti proprietari sono finiti sotto processo accusati di crimini a danno dei lavoratori e dei cittadini residenti nell’area tarantina e ai nuovi proprietari il Governo ha garantito l’immunità penale.

Il Ministro Di Maio, qualche mese fa, definì “un delitto perfetto” l’accordo firmato da Calenda, noi, oggi, riteniamo di trovarci di fronte alla cronaca di un delitto annunciato. I protagonisti si sono avvicendati, ma la realtà è addirittura peggiorata, invece di cambiare. La situazione così come è stata definita, rischia seriamente di condurci nuovamente, fra qualche anno, a rivivere l’Odissea degli anni passati.

Mino Borraccino

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